balene

ho portato i pennarelli e l’album grande

per disegnare le balene cantastorie

ma piove così tanto in questa strada

che lascio le balene negli abissi

perché, al primo tratto di matita,

ho visto dipanarsi sopra al foglio

un ghigno birichino di balena,

una grigia pinna malandrina,

ed ho capito, senza dubbio alcuno,

che al terzo tratto di pennarello grigio

un balzo del cetaceo irriverente

l’avrebbe proiettato verso il mare

seguendo lento lento la corrente

di questo fiume

che già si va a creare

tra questo acciottolato disconnesso

tra questi miei piedi intabarrati

in tozzi stivaletti alla Lamù

che ogni anno non riesco a non comprare

e la tentazione è forte

di lasciare

che le balene

se ne vadan tutte

felici, scivolando verso il mare,

schivando, allegre, scogli e frangiflutti

ma son balene rare, cantastorie,

e il mondo, proprio oggi, non può stare

senza la fantasia curiosa e amena

che contraddistingue una balena.

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viaggio solo

scricchiolano

con suono divertito

le mie risate mute

nell’osservarvi con occhi

diversi

spogliati degli anni

che abbiamo condiviso

per sbaglio

come si dividono i tavoli

nei bar

quando fa caldo

e a tutti

viene voglia di un gelato

ed è un piacere strano

quasi perverso

sapere con certezza

che i miei domani

affacciano

su mondi alternativi

occhi di camaleonte accesi

ad osservare futuro e passato

e voi non siete

che ombre

in entrambe

le pupille

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una curiosa deformazione professionale

l’autore di noir

parla e mi dice

che i poeti ormai

son tutti morti

ed é incredibile

quanto mi senta

empiricamente viva

oggi

ma forse

si tratta solo

di una curiosa

deformazione professionale

per cui

tornati a casa

oltre il confine

io scrivo questa poesia

e lui mi uccide.

 

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girotondo multidimensionale

danzando

su silenzi condivisi

le anime ribelli

di ciò che sarei stata

di ciò che non sarai

dei nostri ipotetici futuri

dei nostri improbabili ieri

dei domani sconosciuti

dei tuoi occhi su guanciali differenti

di te – di me

di due ombre colorate

in altre strade – in altri luoghi

i nostri ideali confusi

tra musiche rapide

mani celesti tra foglie rosse

come la danza di una lancetta

Image

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di nulla

quando il tuo paese non sa di nulla

diventa complesso trovar le parole

perché aggettivi ed avverbi

- difficilmente -

hanno l’asettico

spessore del vuoto

e mentre il mondo combatte

per non cambiare

troppi futuri non sono che rena

e la pagina bianca ti appare

come l’opera d’arte suprema

le parole non dette – non scritte

han la forza dei sogni dispersi

così forse – un giorno – il silenzio

avrà tutto l’onore dei versi.

Immagine

 

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alcun suono

rimbalzate

come sfere d’acciaio

in un barattolo

di vetro azzurro

e siete

cosí ridicoli-cosí piccini

da non produrre

alcun suono

Immagine

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ho un po’ di anarchia tra le dita

Ho un po’ di anarchia tra le dita,
La lascio scivolare lenta
A perdersi nel mondo,
Sperando possa renderlo
Meno vuoto.
Sperando possa renderlo
Meno misero.

Ho un po’ di anarchia tra le dita,
La lascio scivolare lenta
A perdersi tra le mie labbra,
Sperando possa rendermi
La capacità di sognare.
Sperando possa rendermi
La voglia di ridere.

Ma intanto la tengo stretta,
Al riparo tra le mie mani.
E’ l’unica cosa che mi rimane
Per non smettere di essere.

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scrivere la propria storia

Scrivere la propria storia.
Semplice, ti dicono quando nasci.
Basta comportarsi bene.
Basta essere gentili.
Dire Per Piacere. E Grazie. E Prego.

Scrivere la propria storia.
Facile, ti dicono quando cresci.
Basta conformarsi bene.
Basta essere come gli altri.
Dire Anch’io. E Mi piace. E Va bene.

Scrivere la propria storia.
Inutile, ti dicono quando maturi.
Basta rassegnarsi bene.
Basta essere realisti.
Dire Non posso. E Devo. E Responsabilità.

Scrivere la propria storia.
Meraviglioso, dico io.
Basta comprendersi bene.
Basta essere se stessi.
Dire Sogno. E Lotto. E Rido.

Scrivere la propria storia.
Siamo qui per questo, in fondo.
Il casino è scegliere la colonna sonora.

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precarie

precarie le nostre vite

appese con due dita a lavori precari.

precarie le nostre parole

distese ad asciugare tra precari pali della luce.

precarie le nostre visioni

intossicate da precari valori instillati.

precarie le nostre anime

divorate da teleschermi affamati gonfi di precari modelli offensivi.

- obsolescenze culturali -

precarie le nostre immagini

impresse per poco su pellicole irreali custodite in precari pc.

precarie le nostre passioni

dominate da costanti mancanze di temposoldi.

precarie le nostre dipendenze

ammantate di insormontabili paure.

precarie le nostre illusioni

calpestate con costanza da precari maestri di vita.

precarie le nostre paure

delimitate da precari futuri.

precarie le nostre rabbie

anestetizzate da vuoti sociali espansi.

precarie le nostre coscienze

distillate da mortificazioni e offese reiterate.

- obsolescenze esistenziali -

precarie le nostre generazioni

costrette a vivere vite non proprie.

precarie le nostre convinzioni

diseredate da incoscienze globali.

precarie le nostre poesie

dimenticate sul fondo di cassetti svedesi.

precarie le nostre vite

appese con due dita ad identità precarie.

precarie le nostre identità.

precarie le nostre due dita.

precarie le nostre cazzo di vite.

precarie.

- la situazione è stabile -

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credo che

credo che ti toglieró l’amicizia

non su facebook

ma nella vita

un po’ come si faceva da bambini

quando ci si diceva

“non ti sto piú amico”

con quella semplicitá,

quella purezza,

per cui la notte dormivi comunque

e non ti interessava,

se il giorno dopo,

l’altro aveva un giocattolo nuovo

e non mi frega

dei tuoi giocattoli

nuovi, vecchi o di seconda mano

su facebook peró ti tengo lo stesso

che tanto é soltanto

cyber-voyeurismo

e c’è poco impegno

a cliccare “mi piace”

sulle gigantesche

cazzate che scrivi.

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